lunedì, marzo 13, 2006

«Solo l'ironia può salvarci». - di Luciano de Crescenzo


Economia “faziosa” e Grande Fratello. Potere della convenienza e potere della finzione. Preistoria e storia di un ingegnere IBM che voleva fare lo scrittore
Domenico Siniscalco ha ripreso la cattedra di Economia politica nell'Ateneo di Torino. Giulio Tremonti è ritornato dopo 14 mesi in via XX Settembre. Gli osservatori internazionali puntano il dito contro la straordinaria saga di Banca d'Italia impastata di patriottismo “fazioso” e protezionismo bancario.A New York , come a Washington circola negli ambienti finanziari una nuova battuta. “Cut and paste”, “taglia e incolla”. Così si chiama la nuova moda del Governo made in Italy .All'origine della grave crisi che minaccia Banca d'Italia e le sorti del suo Governatore, dopo un secolo di indipendenza e autonomia, stanno le intercettazioni telefoniche e la loro diffusione a mezzo stampa.Per qualcuno si tratta di un caso lampante di violazione della privacy , per altri la facoltà di porre sotto controllo i telefoni sospetti del mondo degli affari ha il suo fondamento nella nuova direttiva europea in tema di abusi di mercato.Educare alla privacy non è cosa da poco, soprattutto perché la questione coinvolge tutti. Buoni e cattivi, aziende e mercato, cittadini e Stato (l'unico che può ufficialmente e con provvedimento motivato violare il diritto alla riservatezza).In Italia il mercato delle intercettazioni telefoniche è florido (assorbe qualcosa come 150 milioni di euro) e in linea con i dati sulla diffusione e l'uso della telefonia mobile. Su tutti quanti vigila il Garante della Privacy Franco Pizzetti.Senza entrare nel merito ci troviamo di fronte a un caso eccellente di applicazione del principio di convergenza tra tecnologia e governance. In altre parole, senza la tecnologia delle intercettazioni, la poltrona del Governatore non vacillerebbe.Resta inquietante sullo sfondo il dilemma: «Chi controllerà i controllori?».Abbiamo girato la domanda a Luciano De Crescenzo , napoletano di nascita, classe 1928. L' ingegnere, con la mano dello scrittore, l'occhio del regista e l'animo del filosofo, ha molti dubbi e una sola certezza: «Solo l'ironia può salvarci».
Data Manager: Qual è il suo rapporto con la tecnologia?
Luciano De Crescenzo : Molto positivo. La tecnologia perché sia utile deve essere semplice. Con l'età che avanza, mi sono accorto che quando ho a che fare con qualcosa di complicato vado un po' in crisi. Rivoluzione, meditazione e televisione. Sono le età della vita. In principio si vuole cambiare il mondo e poi si finisce con il cambiare i canali…

Apocalittico o integrato?
Direi dis-integrato. Nel senso che applico il principio della delega. Fra tutte le moderne invenzioni quella che preferisco è l'anestesia. Ma anche il telefonino è una invenzione rivoluzionaria. Penso a Giulietta e Romeo di Shakespeare. Non si sarebbero suicidati se avessero avuto un cellulare. Giulietta avrebbe avvisato Romeo che non era morta, ma che fingeva solo di esserlo.

Si parla molto di privacy . Le recenti vicende che hanno coinvolto il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio hanno riportato l'attenzione il problema del diritto alla riservatezza…Nell'era della società tecnologica il problema è diventato urgente. Si tratta di definire le regole e sperare che tutti operino all'interno di queste regole. Non ci sono garanzie assolute. Il problema lo avevano già evidenziato gli antichi Greci nel governo della polis . Chi controllerà i controllori? I temi dello scenario “orwelliano” ci sono tutti. E poi siamo sicuri che le persone comuni desiderino la privacy ?Si corre in Tv a lavare i panni sporchi davanti a milioni di telespettatori. In troppi sono disposti a barattare il proprio diritto alla privacy in cambio di uno sconto al supermercato o di una illusoria percezione di maggiore sicurezza.
Era il 1960 e la grande rivoluzione del silicio era di là da venire. Ingegnere fresco di studi, lei si trova a varcare la soglia della IBM Italia…
Varcai la soglia misteriosa della IBM Italia grazie alla raccomandazione di un amico di famiglia, il cavaliere De Vico. A quei tempi la sede napoletana era poco più di un negozio. Due vani in via Partenope. Trascorsero vent'anni, ma non riuscii a realizzare il sogno di diventare direttore di filiale.

Negli anni Sessanta la tecnica delle schede perforate era appena giunta in Italia dagli Stati Uniti…
La mia esperienza in IBM non meriterebbe di essere ricordata, se non l'avessi vissuta in una città come Napoli e soprattutto se non riguardasse un'epoca così remota da potere essere considerata la preistoria dell'informatica. Vivevo a Napoli e lavoravo alla IBM. Si trattava di una combinazione molto particolare. Da una parte il mondo della razionalità della logica binaria, dall'altra il mondo possibilista del pressappoco.

Vuole dire che i napoletani erano negati per l'informatica?
Assolutamente no. Tra loro ho conosciuto alcuni dei più brillanti esperti di software.

Un bel giorno però, non ce l'ha fatta più e ha dato le dimissioni…
L'anno in cui sono andato via ero a un passo dalla direzione di filiale.

Rinunciava al posto fisso per una brillante carriera di scrittore…
La decisione provocò un terremoto in famiglia. Ricordo che mia sorella diceva: «Gesù, ma come, uno lascia uno stipendio di due milioni al mese, per diventare scrittore?».Io cercavo di spiegare che mi annoiavo troppo, ma nessuno sembrava comprendere. La verità è che i napoletani non avevano mai ben capito che diavolo facessi alla IBM.Per loro l'informatica era una delle solite “americanate”.

Come “americanate”?Sì.
Mia madre, per esempio, era convinta che noi imbrogliassimo i clienti a forza di chiacchiere. Mi diceva: «Io mi rendo conto che devi fare carriera, però ricordati che rubare è peccato». Non aveva simpatia per la IBM e non riusciva mai a ricordare il nome dell'azienda in cui suo figlio lavorava. Un giorno ricordo che le sentii dire a un'amica: «Mio figlio è ingegnere alla Upim».

Gli anni Sessanta furono tempi duri per l'ingresso dell'informatica nelle aziende…
Tempi durissimi. Non facevamo in tempo a dire «Sono un rappresentante» che già ci avevano sbattutto la porta in faccia. Nel giro di dieci anni si passò dalla meccanografia al teleprocessing . Il teleprocessing era un sistema per la trasmissione dei dati a distanza. Il Banco di Napoli era stato tra i primi istituti bancari a installarlo. Cavia di questa sperimentazione fu il Monte di Pietà, nel cuore della vecchia Napoli. Per i frequentatori del Monte, l'arrivo dei terminali fu un evento traumatico.
Come era lavorare in IBM?
Si sfiorava la paranoia. Non so come sia oggi, ma a quel tempo lavorare in IBM voleva dire avere sempre a portata di mano una procedura d'emergenza per ogni possibile problema, fine del mondo compresa. Il presidente Santacroce ci spaventava tutti quanti. Il mio vero compagno di lavoro in IBM è stato Franco Stanca, fratello di Lucio, l'attuale ministro dell'Innovazione. Lo ricordo come una brava persona.

Nel ‘78 lascia la IBM per la Mondadori…
Andai dal direttore generale per consegnare le dimissioni. Dopo vent'anni di lavoro sentivo il bisogno di un abbraccio, ma quel giorno c'era “riunione vendite” con il dottor Fiumara. Lo stesso giorno avevo appuntamento in Mondadori . Arrivai in ritardo e con i capelli scompigliati. Pensai: «Che importa, ora non sono più un ingegnere, sono uno scrittore». All'ingresso della Mondadori, la segretaria del dottor Caruso mi corse incontro e mi disse: «Presto ingegnere, presto. C'è “riunione vendite” al terzo piano». Non era cambiato niente…

Internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione. Lei ritiene che, grazie alla Rete, l'informazione sia davvero a portata di mano?
Certamente a portata delle mani della mia segretaria. Si chiama Anna ed è il mio browser on demand.

Qual è il suo rapporto con il potere?
Il potere è una scocciatura. Costa fatica e non rende felici.

La storia dimostra che chi lotta per il potere ha la sua convenienza…
Forse perché i politici non si sono mai veramente chiesti se sia più conveniente la vita di un uomo di potere o quella di un padre di famiglia. Guardiamo l'Italia. Alcuni lasciano sulla poltrona di ministro il cartello “torno subito”, altri invece non se ne vogliono andare… Il Paese vive il giro di boa di fine legislatura e assiste al solito assalto pre-elettorale. Tutti finiscono per sembrare dei ragazzini che si accapigliano mentre stanno giocando a Monopoli. In questi tempi di economia “faziosa” mi chiedo: «Ma questi ragionieri della finanza si divertono davvero a comprare e a vendere imperi economici?».

Che cosa vuole dire?
Voglio dire che se i politici avessero meditato un po' di più sui problemi della filosofia, campavano e ci facevano campare meglio. Io mi sto preparando alla morte. Ci penso continuamente. Credo che i politici, ma non solo loro, dovrebbero pensarci tutti i giorni andando al lavoro. Dovrebbero appuntarselo in agenda: “Ricordati che devi morire”. Quando leggo di Berlusconi, la prima domanda che mi faccio è: «Ma chi glielo fa fare!». Nei panni del Presidente del Consiglio, mi dimetterei subito da tutte le cariche e mi ritirerei a vita privata per vivere gli ultimi anni in tranquillità…

Lei allora non si pensa mai come un uomo di potere?
Certo che no.
Però bisogna riconoscere che lei un certo potere editoriale ce l'ha…Ho sempre l'impressione di dovermi guadagnare quello di cui ho bisogno. Conquisto il mio editore o il mio lettore con quello che scrivo, non con il mio nome.

Che cosa la consola?
Ho da poco compiuto 77 anni. La vita media si aggira intorno agli 84 anni. Statisticamente, mi restano sette anni di vita. So che devo morire. Mi consola l'idea di avere lasciato qualcosa di me in ciò che ho scritto.

La morte le fa paura?
Mi spaventa il dolore fisico. L'idea di uscire di scena invece mi secca perché vorrei non perdermi lo spettacolo. A volte, penso di andarmene in Australia e organizzare la mia finta morte. Il mio amico Riccardo Pazzaglia mi reggerebbe il gioco, raccontando che sono caduto in mare…

Compiacimento letterario, forse?
Beh! Un po'. Visto che lo Strega non me lo daranno mai, mi piacerebbe assistere alla mia rivalutazione post mortem . Uno scrittore popolare che fa già tanti soldi non può sperare di vincere il premio.
“I pensieri di Bellavista” edito da Mondadori è il suo ultimo lavoro…Un pensiero per ogni giorno dell'anno. Si va a letto, si apre il libro dove capita capita e si legge un pensiero, uno di numero. Poi si spegne la luce e si comincia a riflettere su quel pensiero finché non arriva il sonno. Se il pensiero ci prende vuol dire che siamo diventati noi i protagonisti del libro…

Lei ha avuto la fortuna di accompagnarsi a donne molto belle…
La fortuna mi assiste. In questo momento, c'è la mia fidanzata che sta dormendo nell'altra stanza. Potrebbe entrare da un momento all'altro. Si chiama Isabella Rossellini ed è molto carina.

Solo carina?
Se si accoppia l'intelligenza alla bellezza, Isabella non ha eguali.

A chi sente di dovere qualcosa?
A due professori. I professori sono determinanti nella nostra vita. Al liceo avevo un professore che si chiamava Placido Valenza che era anche un maestro di vita. All'università ho vissuto a stretto contatto di gomito con un altro professore. Lo andavo a prendere a Napoli, in via Ghiaia, e seguendolo passo passo lo accompagnavo in università. Si chiamava Renato Cacioppoli, famoso matematico napoletano. Le sue lezioni avevano sempre a che fare con la vita. Quando si uccise fu un grande dolore.

Che cosa ci salverà?
L'ironia. Quasi tutti siamo convinti di essere ironici. Gli ironici invece sono pochissimi.La parola viene dal greco e significa “finzione”. In pratica, si esprime un'idea in cui non si crede con la speranza che gli altri capiscano che stiamo scherzando.Se invece ci credono, allora sono guai…

1 commento:

Anonimo ha detto...

CIAO MI CHIAMO ARIANNA E MIA MAMMA LUCIA E CUGINA DI 2° GRADO DI LUCIANO PULTROPPO NON HO UNA MAIL PER POTERLO CONTATTARE PIU CHE IO MIA MAMMA ,COMUNQUE IO PENSO CHE SIA UNA PERSONA INCREDIBILE E NON SI PUò COMMENTARE UN SUO LIBRO O QUALSIASI COSA ABBIA FATTO PERCHE TUTTE SONO DEI CAPOLAVORI!
CIAO